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	<title>Walter Angelici &#187; Contributi, Contributions</title>
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	<description>Sito Ufficiale / Official Website</description>
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		<title>Dalla Passione alla Luce, From the Passion to the Light</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 20:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Walter Angelici</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi, Contributions]]></category>

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		<description><![CDATA[<span class="title"><span lang="it" class="it">Dalla Passione alla Luce</span> &#8727; <span lang="en" class="en">From the Passion to the Light</span></span> <span class="author">D. Tonti</span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 lang="it" class="it">Dalla Passione alla Luce</h2>
<h2 lang="en" class="en">From the Passion to the Light</h2>
<div lang="it" class="it">
<p>Sono convinto che di fronte alle opere di Walter Angelici valgano pi&ugrave; i sentimenti che le parole, e per questo affido questa mia riflessione alle parole che servono per descrivere e non tanto a quelle per spiegare. Tra di esse ne ho messe alcune non mie, ma che comunque mi appartengono, e che efficacemente esprimono ci&ograve; che vorrei accompagnasse le immagini. </p>
<p><em>Nativit&agrave;</em></p>
<p>Nella Nativit&agrave;di Angelici anche il cielo, come la Madre, sembra fermarsi in contemplazione, si curva avvolgente sulle tenere membra del Bambino. Dopo quellâ€™abbraccio carico di affetti sappiamo che Maria porr&agrave; il figlio nella mangiatoia perch&eacute; sia consegnato al mondo.</p>
<p>Â«Il Verbo si &egrave; fatto carne, affinch&eacute; fossimo nutriti col latte dellâ€™infanteÂ», dice Agostino di Ippona, e Angelici, nella tristezza del viso di Maria, allude gi&agrave; al dramma di quellâ€™offerta. Spiega ancora Agostino: Â«Cristo nostro Signore dice: Io non possedevo di che morire; tu, uomo, non avevi di che vivere! Ho tratto da te di che io dovessi morire per te, trai da me di che tu viva con meÂ». &egrave; questo il motivo dellâ€™incarnazione, della rinuncia alla pienezza della divinit&agrave; del Figlio di Dio per inabissarsi nella carne dellâ€™uomo. Eppure la sua &egrave; rinuncia necessaria per noi. Dice Charles P&eacute;gui: Â«Amico mio, se Ges&ugrave; non avesse questo corpo, se fosse restato un puro spirito, se si fosse fatto angelo [...], se non fosse stato lâ€™Ã¢me charnelle, se non si fosse fatta questâ€™anima carnale, come noi, come i nostri tra noi, se non avesse sofferto questa morte carnale, tutto crollerebbe, amico mio, tutto il sistema crollerebbe; tutto il cristianesimo crollerebbe; poich&eacute; egli non sarebbe completamente uomoÂ».</p>
<p>Vi &egrave; dunque un salto incommensurabile di Dio verso lâ€™uomo, un incorporarsi nel mondo, nella storia del mondo, per essere irruzione dellâ€™eterno nel tempo, dellâ€™invisibile nel visibile. Dalla culla alla croce la storia terrena di Cristo &egrave; tutta per lâ€™uomo. </p>
<p><em>Crocifissione</em></p>
<p>Dal medioevo in poi gli artisti hanno incominciato a cimentarsi con lâ€™icona del Cristo sofferente, ma &egrave; nella devastazione cosmica del Crocifisso di GrÃ¼newald che forse possiamo individuare il modello di tutte le croci novecentesche: Dix, Nolde, Grosz, Picasso, Sutherland, Bacon, De Kooning, Congdon, Baselitz. Il corpo martoriato di Ges&ugrave;, dunque, interpella lâ€™immaginario tragico dellâ€™arte. Il Crocifisso  di Angelici &egrave; quasi una trasposizione della lettera tau, lâ€™ultima dellâ€™alfabeto ebraico e segno di salvezza. In questa chiave possiamo leggere la sofferenza di Cristo come ultimo paradigma di ogni sofferenza. P&eacute;gui lo esprime cos&igrave;: Â«Ogni sofferenza &egrave; sorella della sofferenza di Ges&ugrave; Cristo; &egrave; figlia della sofferenza di Dio; &egrave; la stessa sofferenza di Ges&ugrave; CristoÂ».  </p>
<p>Pur nellâ€™orribile della rappresentazione, Angelici ci aiuta a percepire una bellezza profonda, che gi&agrave; in s&eacute; esprime la forza della catarsi, che &egrave; gi&agrave; inizio di salvezza.</p>
<p>&egrave; il paradosso del sacrificio: dalla carne offerta al dolore scaturisce lâ€™urlo che si fa benedizione, il sangue che viene versato &egrave; gi&agrave; luce che vince le tenebre. Lâ€™ostensione di quel corpo martoriato diviene pertanto la manifestazione della verit&agrave; dellâ€™amore di Dio per lâ€™uomo. Quel dolore e quella morte, dunque, penetrano e rimarginano ogni lacerazione dellâ€™Ã¢me charnelle, perch&eacute; lâ€™anima e il corpo dellâ€™uomo appartengono al Cristo.</p>
<p>Il Padre lasciandolo ferire sana lâ€™uomo nel peccato, consentendo che la sua vita sia presa dilata lâ€™anima dellâ€™uomo fino a contenere il cielo.</p>
<p><em>Deposizione</em></p>
<p>Nellâ€™iconografia tradizionale tra le figure che compiangono il Cristo deposto sono rappresentati Maria sua madre, Giovanni il discepolo e Maria di Magdala.</p>
<p>Le tre mirofore di Angelici credo siano loro, le persone pi&ugrave; intime, quelle che hanno legato indissolubilmente il loro destino al suo.</p>
<p>Tutta lâ€™immagine &egrave; calata in una notte tetra, una notte che &egrave; il baratro della morte, lâ€™abisso di un dolore dal quale la luce della Risurrezione &egrave; ancora lontana. Le tre figure sono ombre perch&eacute; colui che amano &egrave; nellâ€™ombra, sono attonite e alzano le braccia al cielo come rami spogli, senza frutto, perch&eacute; private di colui che desiderano, sono chiuse nel dolore, perch&eacute; tutto lo strazio subito da Cristo &egrave; sotto i loro occhi e ancora nulla lo pu&ograve; cancellare.</p>
<p><em>Risurrezione</em></p>
<p>Alla folgorante bellezza della Pasqua, Angelici ha voluto dare una propria forma rappresentando il risorto come una crisalide che esce dal suo bozzolo. Ha descritto un Cristo giovane che viene alla luce mentre abbandona il sudario che lo fascia.</p>
<p>Obbediente al Padre abbandona la morte, cos&igrave; come gli ha obbedito accettandola. Il Padre ora lo chiama per rendergli la vita, per restituirgli la gloria, lo reclama alla morte per porlo alla sua destra e costituirlo primo dei risorti e Signore della vita.  </p>
<p>La bellezza della Pasqua colpisce, ma non &egrave; solo la sua gloriosa manifestazione di Cristo ad avere presa, tutta la sua vicenda terrena &egrave; conquista dellâ€™uomo nella bellezza. Dice ancora Agostino: Â«&egrave; bello dunque in cielo, &egrave; bello in terra; [...] bello nei supplizi; bello nellâ€™invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte; bello nellâ€™abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. Ascoltate, dunque, il cantico senza mai distogliere i vostri occhi dallo splendore della sua bellezzaÂ».</p>
</div>
<div lang="en" class="en">
<p>We&#8217;re sorry but the translation of this contribution is not ready yet. We&#8217;ll update it as soon as possible. Thank you.</p>
</div>
<div class="author"><em>Davide Tonti</em></div>
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		<title>Espiare con l&#8217;Arte, Expiate with the Art</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2007 20:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Walter Angelici</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi, Contributions]]></category>

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		<description><![CDATA[<span class="title"><span lang="it" class="it">Espiare con l'Arte</span> &#8727; <span lang="en" class="en">Expiate with the Art</span></span> <span class="author">S. Cuppini</span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 lang="it" class="it">Espiare con l&#8217;Arte</h2>
<h2 lang="en" class="en">Expiate with the Art</h2>
<div lang="it" class="it">
<p>Le opere di Walter Angelici, esposte negli spazi dellâ€™Oratorio, non sono qui collocate a illustrare il tema del mistero dellâ€™incarnazione, non mostrano, ma piuttosto coniugano il dolore individuale con quello universale assunto dalla Passione di Cristo.</p>
<p>Con le sue acquaforti lâ€™artista ripercorre il dramma della solitudine, vibrante nel mondo inanimato delle cose, e in quello animato degli animali e degli uomini, meditando come in una Via Crucis. Ci sono i ciechi nel paesaggio, uomini incapaci non solo di vedere, ma di desiderare; câ€™&egrave; chi grida, non urla alla maniera di Munch, grida in modo umano, in attesa di una risposta. </p>
<p>La Nascita e la Risurrezione sono atti solitari, la piet&agrave; intorno alla morte &egrave; corale.</p>
<p>Non si potrebbe capire la sintesi raggiunta nei grandi dipinti se non ci si soffermasse a considerare la molteplicit&agrave; delle incisioni.</p>
<p>Come la predella nei grandi polittici gotici, ma ancora presente nelle pale rinascimentali, le incisioni raccontano dettagli di esistenze: la malattia, la violenza di un temporale, una casa vuota abbandonata, lâ€™inutile rabbia del vento, la solitudine di una madre con il figlio, ricordandoci, tuttavia, che i frammenti di ogni esistenza non possono essere solo disperse macerie e rovine se la piet&agrave; prevale.</p>
<p>Scarabicchi sente le incisioni di Angelici come Â«particole di pagine [e la lingua gi&agrave; si piega alle ragioni del sacro] come reperti scampati al fuoco o al naufragio, fogli che rivelano barlumi di esistenze, apparizioni, bagliori che illuminano evocazioni e scomparse, lampi, scampoli trattenuti dalla ferita memoria degli occhi.Â»</p>
<p>Se &egrave; vero che il tempo di Angelici &egrave; quello dellâ€™apparizione, senza progressione, in queste opere, che trattano della Nascita, della Crocifissione, della Morte e della Risurrezione, nella scabra anatomia dei corpi (il disegno ricorda Schiele), nelle vesti nere che risucchiano i corpi (le donne sempre in attesa sul mare della Versilia di Viani), resiste la memoria delle radici di un linguaggio scelto e forgiato, messo alla prova con il racconto pi&ugrave; arduo, quello della propria esistenza.</p>
<p>La mostra di Walter Angelici nellâ€™Oratorio della Grotta, con le sue opere ispirate a un forte umanesimo, &egrave; un segnale di un nuovo modo di porsi dellâ€™artista di fronte alle tematiche religiose. Lâ€™opera dâ€™arte non deve ispirare sentimenti di piet&agrave;, non deve essere convincente sulla verit&agrave; del mistero, non deve costruire un ponte fra il mondo storico e lâ€™eternit&agrave;.</p>
<p>Lâ€™opera dâ€™arte &egrave; essa stessa portatrice di valori fortemente simbolici, lâ€™artista riesce a condurre a termine lâ€™opera perch&eacute; &egrave; indulgente verso la materia.</p>
<p>Lâ€™opera dâ€™arte non ha il fine di consolare, &egrave; uscita dal cerchio della contemplazione e come un meteorite, parte staccata di un corpo celeste, &egrave; perduta nello spazio fino al momento in cui, entrata nel campo gravitazionale, precipita indifferentemente in un campo di calcio, in un deserto o in un oceano.</p>
<p>Lâ€™artista non pu&ograve; compiere opera di denuncia, il mondo gronda di immagini e lo sguardo si &egrave; offuscato, ma pu&ograve; con punti, linee, superfici, colori e forme espiare la colpa di aver consapevolmente creato un mondo di illusioni, di aver tradito la vera immagine, e il senso del tradire si accende ancora di pi&ugrave; quando non si pu&ograve; abbandonare la figura: la figura non scompare, si torce, sembra che in ogni istante si possa cancellare, ma poi ritorna prepotente sotto le forme di un animale, di una cosa, di un corpo ad occupare la superficie. Lâ€™artista &egrave; prigioniero della forma: il presente, il passato, i sensi e i sentimenti, tutto diventa forma e come nelle pieghe di un nastro continuo lâ€™opera racconta il senso di una ricerca, mai risposta definitiva alla Domanda.</p>
</div>
<div lang="en" class="en">
<p>We&#8217;re sorry but the translation of this contribution is not ready yet. We&#8217;ll update it as soon as possible. Thank you.</p>
</div>
<div class="author"><em>Silvia Cuppini</em></div>
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		<title>Isole, Islands</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2004 18:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Walter Angelici</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi, Contributions]]></category>

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		<description><![CDATA[<span class="title"><span lang="it" class="it">Isole</span> &#8727; <span lang="en" class="en">Islands</span></span> <span class="author">F. Scarabicchi</span>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 lang="it" class="it">Isole</h2>
<h2 lang="en" class="en">Islands</h2>
<div lang="it" class="it">
<p>Uno degli antecedenti della pittura di Walter Angelici, sorta di &#8220;memoria sommersa&#8221;, Ã¨ sicuramente Federigo Tozzi, l&#8217;autore â€“ nato a Siena nel 1883 e spentosi a Roma nel 1920 â€“ di una scheggiata prosa lirica come <em>Cose</em>, che condensa i grani di un&#8217;intensitÃ  espressiva toccati dalla profonditÃ  plurale della luce. L&#8217;aria tozziana Ã¨ un clima interiore, una forma della percezione, il passo discreto e forte di un modo di visitare il mondo, le storie, i nomi comuni. &Egrave; un&#8217;educazione al senso, ai suoi rigori, alla sua solitudine, proprio lÃ  dove il senso stesso pare frantumarsi o parcellizzarsi nella polvere quotidiana in cui si dissolvono, appunto, il mondo, le storie, i nomi comuni.</p>
<p>Angelici abita una forma del silenzio dello sguardo, la coscienza della lingua che <em>quello</em> sguardo pronuncia. &#8220;La mia ricchezza Ã¨ soltanto quel che vedono i miei occhi; perch&eacute; magari posso non sentirmi da meno di tutto l&#8217;orizzonte&#8221;, scrive Tozzi, e Angelici, ad esempio nelle sequenze all&#8217;acquatinta come <em>Gallina</em> (con la casa alta e bianca che si staglia dietro il primo piano dell&#8217;animale) o <em>Fiori di notte</em> (basterebbe l&#8217;acqua nel vaso trasparente per &#8220;sentire&#8221; l&#8217;effetto perfino tattile dello sguardo sugli oggetti e sui nomi comuni), suggerisce un modo di cogliere il reale per lui che dimora nella vocazione a <em>vedere da fuori</em>, dalla giusta distanza del distacco. &#8220;&Egrave; l&#8217;ora che le case guardano come le nostre anime&#8221; suggerisce ancora Tozzi dalle sponde azzurre della sua scrittura.</p>
<p>Osservazione e disposizione a consegnarsi alle regole severe dell&#8217;attenzione sono suoi tratti distintivi che conducono alla qualit&agrave; precipua dell&#8217;ascolto d&#8217;invisibili spostamenti del vero, dei bordi della vita, dei luoghi, delle istantanee del movimento, vie secondarie, sintassi di un&#8217;asciutta provincia del segno e del colore nella quale evidenza e istanza si fanno necessit&agrave; di quei mondi ad essere assunti dalla pittura trovando le scene che li accolgano, strada che conduce ad altre strade con l&#8217;unico scopo di trattenere, prima del nulla, gli istanti che non si ripeteranno.</p>
<p>Non c&#8217;&egrave; alcuna indulgenza nel lavoro di Walter Angelici, nessuna consolazione n&eacute; definizione di panorami dell&#8217;incanto. La sua &egrave; un&#8217;esperta trama rapsodica di scansioni che s&#8217;infittiscono pur nella misura &#8220;breve&#8221;, nel ritmo di un respiro che implica la percezione del tempo essenziale al suo coglierle e fissarle. Lo percorre, quel tempo, lungo il perimetro della sua geografia, nell&#8217;atlante senza didascalie, su frammenti o relitti di carte, di mappe, particole di pagine come reperti scampati al fuoco o al naufragio, fogli che rivelano barlumi di esistenze, apparizioni, bagliori che illuminano evocazioni e scomparse, lampi, scampoli trattenuti dalla ferita memoria degli occhi, provenienze ignote come per alcune incisioni, album senza nomi n&eacute; date o solo cifrati dal brulicare fermo di un&#8217;essenziale calligrafia che riferisce appena lo stretto indispensabile, quel tanto che non basta al racconto, ma pure affida la scrittura alla luce dura della sua bellezza, al lessico attraversato dai riverberi d&#8217;una malinconia d&#8217;ombre, dal lucore declinante o aurorale d&#8217;ogni giorno del mondo in cui tutto si compie senza ragione, indifferentemente agli uomini, ai fatti, alle cose.</p>
<p>C&#8217;&egrave; una necessit&agrave; insita nel vivere, anch&#8217;essa indifferente a chi vive. Necessit&agrave; e destino, come una sorta di replica incessante, meticolosa, ossessiva nel grigio che alona e vela i gesti, i volti, le parole di chi passa e abbandona i capitoli di un racconto che si frantuma in schegge, in tagli di fotogrammi o quadri colti andando, lungo l&#8217;incedere di chi narra o registra gli eventi decidendo la sosta per voltarsi a guardare e scegliere la tessera fra le altre che si perderanno. L&#8217;occhio modula le frequenze degli anni senza stagioni, di un&#8217;armonia di accordi spezzati, intensa ed estrema.</p>
<p>Lungo il sentiero della solitudine, la pittura di Angelici &egrave; dedicata a ci&ograve; che appartiene alle derive della realt&agrave; che conosce, alle quinte di storie mai state cui &egrave; negato perfino il diritto di cronaca, polvere nella loro nudit&agrave;, apparentemente anacronistiche e distanti, ma sancite dalla disperazione della storia, da queste ore del secolo, dalle sue iconografie che durano l&#8217;esatto tempo dello scatto o del passaggio televisivo per poi precipitare nel vuoto infinito. Ci&ograve; che pensavamo allontanarsi dal nostro immaginario sfinito &egrave; stato invece l&#8217;insanguinata dosperazione dell&#8217;ultimo decennio del XX secolo con migrazioni, esordi, deportazioni ferite dal prostrarsi e dall&#8217;essere confermate dalla &#8220;barbara festa&#8221;. <em>Poveri</em>, <em>Emigranti</em>, <em>Maternit&agrave;</em> non sono lacerti di una memoria relittuale o citazioni dell&#8217;ovviet&agrave;, bens&igrave;, nel loro positivo integrale, letteralmente &#8220;luoghi comuni&#8221; convocati da un&#8217;ostinata certezza del ripetersi di costanti della storia proprio suffragate da tutta la bruciante arcaicit&agrave; del contemporaneo. Non &egrave; superfluo rammentare il medioevo di fine Novecento che la realt&agrave; dello strazio bosniaco condusse, per via mediatica, nelle case di ognuno, mute madri sui carri dell&#8217;esodo, uomini â€“ secchi come rami â€“ chiusi di dignit&agrave; ferita.</p>
<p>I dipinti su tela, su carta, su cartone, i disegni, gli inchiostri, le chine, le tempere, i monotipi, le puntesecche, le acquetinte, le acqueforti ritraggono gli scorci di ore mute in cui cade l&#8217;inquieto &#8220;mancato vivere&#8221; che passa senza ritornare una volta per sempre. &Egrave; una dettatura di minuti eventi destinati al niente, soglie dell&#8217;occaso o del bianco d&#8217;alba in cui svaniscono, come appunto le donne, gli uomini, i pensieri, i sensi, i sentimenti, le voci.</p>
<p>Nonostante le apparenze, non c&#8217;&egrave; alcun sogno nel lavoro di Angelici, ma l&#8217;asciuttezza di uno sguardo fermo, la concretezza dolente che nomina e rivela nel punto esatto in cui, scegliendo, riconosce. Nessuna carit&agrave; del presente nel suo esploso universo di forme, nei meandri solcati e segnati da chi, nel secolo scorso, lo ha incontrato e raggiunto e di cui si &egrave; fatto custode febbrile, fedele depositario, traduttore di quella folla di lingue e scritture che sono il suo perenne nutrimento.</p>
<p>Ogni apparizione &egrave; contaminata da brividi d&#8217;imminenza, dal freddo d&#8217;una premonizione, dal vento immobile che ha gi&agrave; visitato quel frammento di cui facciamo esperienza: il suo passaggio &egrave; avvenuto un attimo prima del nostro arrivo affinch&eacute; potessimo essere testimoni <em>anche</em> di quella traccia della storia, di quell&#8217;accadimento sospeso senza epoca.</p>
<p>Angelici si apposta di lato, predilige un punto d&#8217;osservazione obliquo, sta quasi all&#8217;angolo dei luoghi per tentare una sintonia tra percezione e mente, in un suo speciale limbo precoscienziale dove si ha la sensazione che ci&ograve; a cui assistiamo sia gi&agrave; accaduto, in questo pronunciando le grammatiche primordiali delle immagini che portiamo come un dono o un danno. C&#8217;&egrave; quasi la conferma d&#8217;esserci passati in certe anse di lucente cupezza che incombe e dalle quali ci si allontana come da un sogno d&#8217;ardue uscite; familiare &egrave; anche <em>La casa degli operai</em>, un olio su cartone del &#8216;98 (improvvisa e nitida la memoria che affiora di quel film di Pietro Germi del &#8216;56, <em>Il ferroviere</em>, che con s&eacute; portava, in ambienti, &#8220;arie&#8221; e quartieri, almeno due decenni di pittura e pagine sul ponte tragico di una guerra passata); niente affatto ignota la collina che incastona il <em>Gelsomoro</em> del &#8216;98 nel dominio spento di marroni e verdi quasi scomparsi, in quella sorta di &#8220;basso&#8221; tenuto da una nota che non muta e interrotto appena dal vago azzurro del poco mare che si annuncia all&#8217;orizzonte.</p>
<p>Ardono altrove i colori, gli infiammati bianchi e i rossi delle creste degli animali e dei fiori, ma sono l&#8217;eccezione di una regola confermata, la vocazione a pedinare gli interni di ambienti e anime toccati da un chiarore &#8220;rilucente e distinto&#8221;: &#8220;[...] una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde&#8221;. &Egrave; l&#8217;antro del corpo del pescecane in cui cammina Pinocchio senza sapere che, avvicinandosi a quel lucore tremante, trover&agrave; Geppetto. Molte incisioni di Angelici portano la grazia tragica di quel bandolo d&#8217;ombre impallidite. Anzi, sembra una congeniale misura quel perimetro limitato in cui si avvera il tentativo di esprimere, con il minimo dei mezzi, il massimo dell&#8217;intensit&agrave; e del racconto. &Egrave; anche una scommessa indiretta con l&#8217;antichit&agrave; della luce: verificarne le trame nel cuore d&#8217;una noce di buio, in quei dicasteri del nero dove si aprono fessure che irradiano le cose e la rivelano, delicate o spettrali, innocenti o figlie di una perenne paura.</p>
<p>In questa consapevole narrazione discontinua, in questa collezione di sguardi si disegna una &#8220;cucitura&#8221; che contempla evocazioni e citazioni, memorie e suggestioni, fondali e quinte di un teatro che, pur facendo i conti con i sedimenti e il magma di una formazione, offre gli incantesimi di distinte apparizioni, isole di epifanie che forse alludono a parentele nascoste con le misure della fiaba, con i suoi candori e i suoi terribili precipizi, con la dolcezza della meraviglia e gli abissi di sussurri e grida, bisbiglio del dormiveglia e dramma d&#8217;una lama agghiacciante fra le dita di tenebra. Angelici oscilla continuamente sui due argini del senso raccogliendo reperti del profondo e presenze contemporanee, alternando finestre d&#8217;ognigiorno e distanze remotissime che pure stanno a ridosso del presente come camere comunicanti. I nostri &#8220;qui e ora&#8221; pertengono al passato e sono, insieme, apparizione e fantasma, lontana contrada di cio&ograve; che non sapremo mai e provvisorio presente.</p>
<p>Sa farsi anche film questo percorso che sale e scende come un sentiero impervio che guida in nessun luogo, se non nei riverberi infiniti di un labirinto inconscio. Sarebbe perfino ingenuo rammentare la familiarit&agrave; di Angelici con la letteratura di Dino Buzzati, da <em>Il deserto dei Tartari</em> ai racconti. Sarebbe limitante confinarlo a quella sorta di doppiaggio illustrato. Cos&igrave; non &egrave;. Se &egrave; vero che siamo trovati da ci&ograve; che cerchiamo, &egrave; altrettanto vero che non poteva non capitare nel suo destino di autore uno scrittore che ha fatto di quei meandri &#8220;interni&#8221; ragione e forma di un interrogatorio senza requie sulla vita e sulla morte.</p>
<p>Alcune isole grafiche che, per esempio, compongono <em>La casa del fauno ebbro</em>, nel ciclo &#8220;Dimore&#8221; a cui Angelici non da ora dedica attenzioni ed energie, chiamano la sintassi di quell&#8217;immaginario, le &#8220;vedute&#8221; parcellizzate e minime che costellano la sua frammentaria unit&agrave; lirica, le immediate adiacenze di un&#8217;angoscia che sillaba e cristallizza vibrazioni e discese, fondo e vertigine.</p>
<p>Echi, richiami, notizie da chiss&agrave; quali regni, piccole cosmogonie della mente: tutto concorre e confligge, sangue nero di china, cristallo e madre, un volto di ragazzo che appare da dietro un abito di donna e il naturale di un gatto che &#8220;divora&#8221; un merlo. Misteri e miniere nel turbine di una via che esce dal quotidiano e conduce, pian piano, a un <em>dove</em> ignoto come nel monotipo <em>Se ne vanno</em>: le due figurine sulla stradina di polvere â€“ in un paesaggio da tragenda abitato dal vento dei violini che annunciano tempesta â€“ si allontanano dalla casa dei cipressi che occupa la collina o ad essa si dirigono? E chi sono dentro quella scena aperta in nessun tempo? Non meno enigmatico un olio su tela del &#8216;99, <em>Il pretino di campagna</em>, con le sue allusioni e ascendenze, nonostante la presenza del colore, tra l&#8217;erba e il cielo, mentre sale, curvo nel passo lento: viene da quale luogo? Verso quale luogo va?</p>
<p>Passano per una porta stretta l&#8217;intima verit&agrave; di questo lavoro, la sua concretezza, il suo compiuto disegno sul confine che separa o coniuga l&#8217;insondabile consistenza del reale e l&#8217;altro o l&#8217;oltre, ci&ograve; che sembra celarsi dietro l&#8217;apparenza o non esistere, <em>niente</em> del <em>tutto</em> che ci lega e inquieta, nodo d&#8217;ogni domanda, vuoto d&#8217;ogni risposta. Forse, ancora una volta, &egrave; Tozzi ad avere ragione: &#8220;Io <em>vedo</em> soltanto&#8221;.</p>
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<p>When examining Walter Angelici&#8217;s work one can certainly trace a link, or a kind of submerged memory when comparing his paintings with the writing of Federigo Tozzi (b. Siena 1883, d. Rome 1920). The sparse lyrical prose of the latter&#8217;s works for example in <em>Cose</em> (<em>Things</em>) seem to condense meaning with an expressive intensity, reaching hidden depths and shedding light with an economy of words. The world of Tozzi reveals an interior climate, a form of perception, strong and discreet steps that illustrate a way of visiting the world, its history and its vocabulary. His work represents an education of the senses, its rigors, its solitude, exactly at the point where the senses seem to crumble or be segmented, dissolving into the daily dust which is the world, history and the vocabulary.</p>
<p>Angelici inhabits a world where there is a silence of the gaze, and a consciousness of the language that this gaze pronounces. &#8220;My wealth consists only in what I can see with my own eyes; because I am not less than my horizon&#8221;. Works in aquatint like <em>Hen</em> (with the tall white house that rests behind the foreground of the animal) or <em>Flowers at night</em> (the water in the transparent vase should be enough to be able to &#8220;feel&#8221; the effect which is even tactile of the gaze towards the objects and the vocabulary) suggest a way of receiving what is real, by <em>seeing from the outside</em>, from a detached distance. &#8220;It is now that the houses fix their stare on us like our souls&#8221; Tozzi suggests again from the sublime detachment of his writing.</p>
<p>Observation and a disposition to adhere to the strict rules of attention represent a distinctive trait of his that leads towards the salient quality of listening to invisible shifts of the truth, from the edges of life, its places, the instantaneous nature of movement, secondary paths, using the syntax of marks and colour on paper which become the means of expression of the worlds. Finding the scenarios in which this becomes possible, a path that leads to other paths, the only aim being to retain an instant before it disappears never to be reparted.</p>
<p>There is no indulgence in the work of Walter Angelici, no consolation or definition of the enchanting panorama. His expert eye in capturing the thread of a moment becomes apparent, in a brief heartbeat, implying a perception of time at its most essential, just enough time to receive and fix upon. His geography has no map and no stage directions. He records the moment with fragments of maps and scraps of pages that are like survivors from a fire or shipwreck, pages that reveal glimmers of existence, apparitions, beams that illuminate what has unknown, like for some engravings, albums without name or date or only numbers teeming with an economy of words that just refers to the absolutely indispensable, not enough to tell the whole story, but entrusting the work to the hard light of its beauty, to the lexis encountered from the glare of melancholy shadow, from the everyday dawn of the world in which everything takes place without reason, indifferent to men, facts and things.</p>
<p>There is an innate necessity in living, even if it is indifferent to those that live. Necessity is destiny, an incessant replay, meticulous, obsessive in its greyness and obscuring the gestures, faces, and words of those that pass and abandon the chapters of a story that crumbles to pieces in photo frames or paintings captured with the solemn gait of the person who narrates or records the events. The narrator decides when to stop and turn to look and choose a piece of the mosaic, while losing the other pieces. The eye modulates the frequency of years without seasons, a harmony of broken agreements, intense and extreme. Along the path of his solitude, the painting of Angelici is dedicated to those who belong to the unseen reality that he knows, behind the scenes of stories that have never been heard, poor in their nudity, apparently anachronistic and distant, but made manifest by the desperation of history, at this moment of the century, by its iconography where things last only for the time they take to be filmed or photographed then to fall into the emptiness of infinity. What was thought to have been at an end instead was the bloody desperation of the last decades of the twentieth century with migration, exodus, and deportation. Wounds, opened by barbarism. Works like <em>The poor</em>, <em>Emigrants</em> and <em>Motherhood</em> are not pieces of a relic of the memory or a statement of the obvious, although, in the obvious sense of the word they are literally clichÃ©s, summoned by an obstinate certainty to repeat constantly the actual story of the suffering and the old wounds of these times. It is not all superfluous to recall from the &#8220;medieval&#8221; times of the end of the 1900&#8217;s the reality of the Bosnian torture, brought by the media to our homes of the all too common picture of mute mothers in exodus, carrying their carts and of me â€“ as thin as rakes â€“ closed in their wounded pride.</p>
<p>The paintings on canvas, on card and cardboard, the drawings, the ink, wood, tempera, the monotypes, the dry-point, the aquatint, the etchings portray the glimpses of silent hours in which there is a disturbing feeling of &#8220;missing life&#8221; that passes never to return. It is a detailing of minute events destined to disappear into nothing, images that vanish, exactly like women, men, thoughts, the senses, feelings and voices.</p>
<p>In spite of appearances, the work of Angelici does not harbour a dream, but instead contains acute, steady gaze, the painful concreteness that nominates and reveals the exact point in which, through choice he recognises. No mercy is given in the present with its explosion of forms, and its meanderings. No leeway is permitted by those in the last century who have examined reality and tried to interpret it, acting as guardians, faithful depositors, translators of the mass of languages and writings that perpetually nourish them.</p>
<p>Every image gives the overwhelming impression that something is about to happen, like the chill of a premonition, from an immobile wind that has already visited that fragment that we call experience. Its passage occurs a moment before our arrival so that we can also be witnesses to that trace of history, to what has happened, suspended in time.</p>
<p>Angelici puts himself to one side, preferring to make an oblique observation. He almost places himself at the corner of the situation in the attempt to find harmony between mind and perception, in a special form of his of pre-conscious limbo, where one has the sensation that what we observe has already happened, pronouncing the primordial grammar of images that we accept as a gift or a source of damage. We almost have confirmation of having passed through certain meanderings of shining gloom, hanging over us, from which we leave as if from a dream from which it is difficult to wake; <em>The house of the Workers</em> is also familiar, an oil on cardboard from 1998 (evoking an unexpected, clear memory of scenes from the film by Pietro Germi in 1956, <em>Il ferroviere</em> â€“ <em>The railroad man</em> â€“ that depicted area and quarters that had brought with it almost two decades of paintings and writings inspired bt the tragic link of past war). The <em>Sycamore</em> (1998) with its hill that figures in the painting is also worth noting, with its faded browns and greens, a kind of &#8220;bass tone&#8221; held by a note that is not silenced and interrupted by the vague blues of the small stretch of sea that can be seen on the horizon.</p>
<p>Elsewhere the colours are fiercer, as can be seen from the enflamed whites and reds of the crests of animals and flowers. However this is the exception that proves the rule, the gift of following the internal characteristics of the environment and the souls touched by a faint light that is &#8220;glittering and distinct&#8221;: &#8220;[...] a candle in a bottle of green crystal placed on a small laid table&#8221;. It is the gaping hole in the body of the shark in which Pinocchio walks without knowing that, approaching that trembling flame he will find Geppetto. Many of Angelici&#8217;s engravings carry the tragic grace of recapturing that pale shadow. Indeed the limited parameters, in which there is an attempt to express the maximum intensity with as little means as possible, seem to be a congenial measure. It is also an indirect gamble with the antiquity of the light to verify its traces in the dark heart, in that ministry of darkness where cracks of light open that radiate and reveal, in a delicate or spectral form, the innocents or the children of a perpetual fear.</p>
<p>In this fully aware and discontinuous narration, in this collection of gazes one draws a &#8220;seam&#8221; the contemplates evocation and citation, memory and suggestion, depth and a behind the scenes look of a theatre that, even though it takes into account the sediment and the magma of a formation, offers the enchantment of a distinct apparition, islands of epiphany that maybe hint at some hidden relation to the fable, with its candour and its terrible sheer drops, with the sweetness of wonderment, and the abyss of whispers and shouts, the murmuring of the half asleep and the drama of a chilling blade between the fingers of darkness. Angelici continually oscillates between two margins of sense collecting exhibits from interior and exterior presence, alternating between everyday situations and remote distances that are also next to the present as if they were communicating rooms. Our &#8220;here and now&#8221; belong to the past and are both apparition and phantasms, far away districts which we will never know and a temporary present.</p>
<p>Angelici knows how to document this journey that rises and falls like an inaccessible path that guides us to no particular place, but to an infinite reflection of an unconscious labyrinth. It would even be naÃ¯ve to recall his familiarity with the literature of Dino Buzzati, from his <em>Il deserto dei Tartari</em> to his short stories. It would be limiting to confine his work to being that of a kind of illustrated dubbing. This it is not. If it is true that we found by what we are looking for it is also true that he could not help but find an author that has made similar &#8220;internal&#8221;, meanderings applying reason and form to unceasing questions about life and death. Some graphic islands that, for example, make up <em>The house of the faun in rapture</em> in the cycle &#8220;Dwellings&#8221; to which Angelici has dedicated much attention and energy, recall the syntax of that imaginary world, the view is parcelled out and minimized and illuminates his fragmented lyrical unity, the immediate adjacency of an anxiety that spells out and crystallizes vibrations and descents, depths and a sense of vertigo.</p>
<p>Echoes, calls, news from who knows what kingdom, little cosmogony of the mind: everything competes and conflicts, blood and the black of ink, a crystal and a mother, a face of a body that appears from behind the skirt of a woman and the naturalness of a cat that &#8220;devours&#8221; a blackbird. Mysteries, hidden in the whirlwind of a path that leaves behind the everyday and leads us, little by little to an unknown place like in the monotype <em>Off the go</em>: the two figures on the dusty road â€“ in a landscape of chaos inhabited by a violin like wind that announces a storm â€“Â they move away from the house of cypresses that occupies the hill or are they going towards it? And who are they in that timeless open scene? An oil canvas from 1999, <em>The little country priest</em>, is no less enigmatic, with its allusions and ascendants, in spite of the presence of colour, of the grass and the sky, with their crooked backs and slow steps: do they come from some place? Where are they heading?</p>
<p>The intimate truth of this work passes through a narrow door, its concreteness, his complete portrayal of the confines that separate or unite the unfathomable consistency of the real or the other or the beyond, that seems to hide behind appearances or does not exist, <em>nothing</em> of the <em>everything</em> that ties us and disturbs us, the knot of every question that is empty of every response. Maybe once again is Tozzi who is right: &#8220;I only see&#8221;.</p>
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<div class="author"><em>Francesco Scarabicchi</em></div>
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