Espiare con l’Arte
Expiate with the Art
Le opere di Walter Angelici, esposte negli spazi dell’Oratorio, non sono qui collocate a illustrare il tema del mistero dell’incarnazione, non mostrano, ma piuttosto coniugano il dolore individuale con quello universale assunto dalla Passione di Cristo.
Con le sue acquaforti l’artista ripercorre il dramma della solitudine, vibrante nel mondo inanimato delle cose, e in quello animato degli animali e degli uomini, meditando come in una Via Crucis. Ci sono i ciechi nel paesaggio, uomini incapaci non solo di vedere, ma di desiderare; c’è chi grida, non urla alla maniera di Munch, grida in modo umano, in attesa di una risposta.
La Nascita e la Risurrezione sono atti solitari, la pietà intorno alla morte è corale.
Non si potrebbe capire la sintesi raggiunta nei grandi dipinti se non ci si soffermasse a considerare la molteplicità delle incisioni.
Come la predella nei grandi polittici gotici, ma ancora presente nelle pale rinascimentali, le incisioni raccontano dettagli di esistenze: la malattia, la violenza di un temporale, una casa vuota abbandonata, l’inutile rabbia del vento, la solitudine di una madre con il figlio, ricordandoci, tuttavia, che i frammenti di ogni esistenza non possono essere solo disperse macerie e rovine se la pietà prevale.
Scarabicchi sente le incisioni di Angelici come «particole di pagine [e la lingua già si piega alle ragioni del sacro] come reperti scampati al fuoco o al naufragio, fogli che rivelano barlumi di esistenze, apparizioni, bagliori che illuminano evocazioni e scomparse, lampi, scampoli trattenuti dalla ferita memoria degli occhi.»
Se è vero che il tempo di Angelici è quello dell’apparizione, senza progressione, in queste opere, che trattano della Nascita, della Crocifissione, della Morte e della Risurrezione, nella scabra anatomia dei corpi (il disegno ricorda Schiele), nelle vesti nere che risucchiano i corpi (le donne sempre in attesa sul mare della Versilia di Viani), resiste la memoria delle radici di un linguaggio scelto e forgiato, messo alla prova con il racconto più arduo, quello della propria esistenza.
La mostra di Walter Angelici nell’Oratorio della Grotta, con le sue opere ispirate a un forte umanesimo, è un segnale di un nuovo modo di porsi dell’artista di fronte alle tematiche religiose. L’opera d’arte non deve ispirare sentimenti di pietà, non deve essere convincente sulla verità del mistero, non deve costruire un ponte fra il mondo storico e l’eternità.
L’opera d’arte è essa stessa portatrice di valori fortemente simbolici, l’artista riesce a condurre a termine l’opera perché è indulgente verso la materia.
L’opera d’arte non ha il fine di consolare, è uscita dal cerchio della contemplazione e come un meteorite, parte staccata di un corpo celeste, è perduta nello spazio fino al momento in cui, entrata nel campo gravitazionale, precipita indifferentemente in un campo di calcio, in un deserto o in un oceano.
L’artista non può compiere opera di denuncia, il mondo gronda di immagini e lo sguardo si è offuscato, ma può con punti, linee, superfici, colori e forme espiare la colpa di aver consapevolmente creato un mondo di illusioni, di aver tradito la vera immagine, e il senso del tradire si accende ancora di più quando non si può abbandonare la figura: la figura non scompare, si torce, sembra che in ogni istante si possa cancellare, ma poi ritorna prepotente sotto le forme di un animale, di una cosa, di un corpo ad occupare la superficie. L’artista è prigioniero della forma: il presente, il passato, i sensi e i sentimenti, tutto diventa forma e come nelle pieghe di un nastro continuo l’opera racconta il senso di una ricerca, mai risposta definitiva alla Domanda.
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