Dalla Passione alla Luce
From the Passion to the Light
Sono convinto che di fronte alle opere di Walter Angelici valgano più i sentimenti che le parole, e per questo affido questa mia riflessione alle parole che servono per descrivere e non tanto a quelle per spiegare. Tra di esse ne ho messe alcune non mie, ma che comunque mi appartengono, e che efficacemente esprimono ciò che vorrei accompagnasse le immagini.
Natività
Nella Nativitàdi Angelici anche il cielo, come la Madre, sembra fermarsi in contemplazione, si curva avvolgente sulle tenere membra del Bambino. Dopo quell’abbraccio carico di affetti sappiamo che Maria porrà il figlio nella mangiatoia perché sia consegnato al mondo.
«Il Verbo si è fatto carne, affinché fossimo nutriti col latte dell’infante», dice Agostino di Ippona, e Angelici, nella tristezza del viso di Maria, allude già al dramma di quell’offerta. Spiega ancora Agostino: «Cristo nostro Signore dice: Io non possedevo di che morire; tu, uomo, non avevi di che vivere! Ho tratto da te di che io dovessi morire per te, trai da me di che tu viva con me». è questo il motivo dell’incarnazione, della rinuncia alla pienezza della divinità del Figlio di Dio per inabissarsi nella carne dell’uomo. Eppure la sua è rinuncia necessaria per noi. Dice Charles Pégui: «Amico mio, se Gesù non avesse questo corpo, se fosse restato un puro spirito, se si fosse fatto angelo [...], se non fosse stato l’âme charnelle, se non si fosse fatta quest’anima carnale, come noi, come i nostri tra noi, se non avesse sofferto questa morte carnale, tutto crollerebbe, amico mio, tutto il sistema crollerebbe; tutto il cristianesimo crollerebbe; poiché egli non sarebbe completamente uomo».
Vi è dunque un salto incommensurabile di Dio verso l’uomo, un incorporarsi nel mondo, nella storia del mondo, per essere irruzione dell’eterno nel tempo, dell’invisibile nel visibile. Dalla culla alla croce la storia terrena di Cristo è tutta per l’uomo.
Crocifissione
Dal medioevo in poi gli artisti hanno incominciato a cimentarsi con l’icona del Cristo sofferente, ma è nella devastazione cosmica del Crocifisso di Grünewald che forse possiamo individuare il modello di tutte le croci novecentesche: Dix, Nolde, Grosz, Picasso, Sutherland, Bacon, De Kooning, Congdon, Baselitz. Il corpo martoriato di Gesù, dunque, interpella l’immaginario tragico dell’arte. Il Crocifisso di Angelici è quasi una trasposizione della lettera tau, l’ultima dell’alfabeto ebraico e segno di salvezza. In questa chiave possiamo leggere la sofferenza di Cristo come ultimo paradigma di ogni sofferenza. Pégui lo esprime così: «Ogni sofferenza è sorella della sofferenza di Gesù Cristo; è figlia della sofferenza di Dio; è la stessa sofferenza di Gesù Cristo».
Pur nell’orribile della rappresentazione, Angelici ci aiuta a percepire una bellezza profonda, che già in sé esprime la forza della catarsi, che è già inizio di salvezza.
è il paradosso del sacrificio: dalla carne offerta al dolore scaturisce l’urlo che si fa benedizione, il sangue che viene versato è già luce che vince le tenebre. L’ostensione di quel corpo martoriato diviene pertanto la manifestazione della verità dell’amore di Dio per l’uomo. Quel dolore e quella morte, dunque, penetrano e rimarginano ogni lacerazione dell’âme charnelle, perché l’anima e il corpo dell’uomo appartengono al Cristo.
Il Padre lasciandolo ferire sana l’uomo nel peccato, consentendo che la sua vita sia presa dilata l’anima dell’uomo fino a contenere il cielo.
Deposizione
Nell’iconografia tradizionale tra le figure che compiangono il Cristo deposto sono rappresentati Maria sua madre, Giovanni il discepolo e Maria di Magdala.
Le tre mirofore di Angelici credo siano loro, le persone più intime, quelle che hanno legato indissolubilmente il loro destino al suo.
Tutta l’immagine è calata in una notte tetra, una notte che è il baratro della morte, l’abisso di un dolore dal quale la luce della Risurrezione è ancora lontana. Le tre figure sono ombre perché colui che amano è nell’ombra, sono attonite e alzano le braccia al cielo come rami spogli, senza frutto, perché private di colui che desiderano, sono chiuse nel dolore, perché tutto lo strazio subito da Cristo è sotto i loro occhi e ancora nulla lo può cancellare.
Risurrezione
Alla folgorante bellezza della Pasqua, Angelici ha voluto dare una propria forma rappresentando il risorto come una crisalide che esce dal suo bozzolo. Ha descritto un Cristo giovane che viene alla luce mentre abbandona il sudario che lo fascia.
Obbediente al Padre abbandona la morte, così come gli ha obbedito accettandola. Il Padre ora lo chiama per rendergli la vita, per restituirgli la gloria, lo reclama alla morte per porlo alla sua destra e costituirlo primo dei risorti e Signore della vita.
La bellezza della Pasqua colpisce, ma non è solo la sua gloriosa manifestazione di Cristo ad avere presa, tutta la sua vicenda terrena è conquista dell’uomo nella bellezza. Dice ancora Agostino: «è bello dunque in cielo, è bello in terra; [...] bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte; bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. Ascoltate, dunque, il cantico senza mai distogliere i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza».
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